Le Donne del Mare: Le Haenyeo dell’Isola di Jeju
Nel 2021, dopo mesi in cui cadevo senza preavviso per strada e svariate visite mediche per scongiurare il peggio, mi è stato diagnosticato un FOP, un acronimo carino per intendere che a causa di una piccola malformazione al cuore, per altri versi innocua, non posso più fare certe attività adrenaliniche o in cui ci sia un grosso affaticamento al cuore (non me ne vogliano i dottori che mi leggono, purtroppo non lo so spiegare meglio).
Nella pratica, mi è stato vietato fermamente di lanciarmi con il paracadute, fare bungee jumping o immersioni con le bombole (scuba diving) e, se i primi due non li avrei fatti nemmeno sotto tortura, per il terzo mi ci è voluto un po’ per abituarmi all’idea.
Non che io abbia fatto scuba diving chissà quante volte nella mia vita, o che abbia mai preso qualche brevetto, ma le volte che mi sono messa le pinne e le bombole, magari nel mare di casa, quello a me più familiare, ho sentito una leggerezza e una pace che è difficile spiegare a parole.
Evidentemente però oltre al FOP la vita mi ha assegnato una testa abbastanza dura, e da quel giorno, di riflesso, ho iniziato ad appassionarmi sempre di più all’apnea. Togliendomi la possibilità di scendere a grandi profondità per scelta, ho iniziato ad esplorare di più il mio respiro, il battito, la possibilità di sentirmi tutt’uno con il mare e i suoi abitanti, e di conoscere meglio i miei limiti naturali per provare a migliorarli.
Oltre ad aver scoperto questa nuova forma di meditazione però, l’ apnea mi ha concesso anche un altro regalo: conoscere le incredibili storie degli apneisti, cercare di capire i loro segreti e rimanere affascinata dal loro modo di vivere il mare, ed oggi ho voglia di raccontarti forse la mia storia preferita, che magari non conosci ancora.
Una tradizione unica: le Haenyeo
Immagina di trovarti su una piccola isola vulcanica, circondata da un mare che sembra non avere fine. Le onde si infrangono contro la costa, e nell’aria c’è un profumo di sale misto alla freschezza del vento. È qui, sull’isola di Jeju, nel sud della Corea, che da secoli si tramanda una tradizione unica, portata avanti da donne straordinarie: le Haenyeo.

Le Haenyeo sono molto più di semplici pescatrici. Queste donne, alcune delle quali hanno più di 70 anni, si immergono senza attrezzatura in acque profonde fino a 20 metri, armate di maschere vintage, per raccogliere frutti di mare, alghe e polpi, custodi di una tradizione che rischia di scomparire.
Essere una Haenyeo non è facile. Il loro mestiere richiede forza fisica, resistenza e una straordinaria capacità di trattenere il respiro per lunghi periodi. Le più esperte possono rimanere sott’acqua fino a due minuti, pescando, mentre sfidano le correnti e le basse temperature. Ma non sono solo le capacità fisiche che le distinguono: è anche la loro connessione profonda con l’oceano.
Fin da bambine infatti, molte di loro imparano ad ascoltare il mare, a comprendere i suoi segreti. Non esistono barriere tra loro e l’acqua, nessun respiratore artificiale, nessuna bombola d’ossigeno. Solo il loro corpo e la loro mente. Una simbiosi perfetta con la natura, che le rende protagoniste di un racconto senza tempo.
Ciò che rende le Haenyeo ancora più speciali è la loro storia di emancipazione. In una società tradizionalmente patriarcale come quella coreana, le Haenyeo hanno sempre rivestito un ruolo di leadership economica nelle loro famiglie. In passato, spesso erano le principali sostenitrici della casa, mentre gli uomini lavoravano a terra.


La loro indipendenza ha permesso loro di formare una comunità solidale e unita, dove l’aiuto reciproco era la norma. Ogni immersione era una sfida collettiva. Le donne si immergevano in gruppo, proteggendosi a vicenda, perché un apneista lo sa: quando sei lì, sotto tonnellate di acqua e ad atmosfere differenti, solo un altro apneista può salvarti, è tutta questione di fiducia.
Oggi, il numero delle Haenyeo sta diminuendo. Le giovani generazioni sono sempre meno interessate a seguire le orme delle loro madri e nonne. Il duro lavoro, la fatica e i rischi di questo mestiere hanno portato molte a scegliere strade diverse, come la città o lavori più sicuri.
Per questo, il governo coreano e varie organizzazioni stanno cercando di preservare questa tradizione, riconosciuta anche dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale. Le Haenyeo non sono solo pescatrici: rappresentano una cultura del mare, un modo di vivere che ci ricorda quanto sia prezioso il nostro legame con l’oceano e la sua forza.
Cosa riserva il futuro per queste donne straordinarie? Anche se il loro numero continua a diminuire, il fascino delle Haenyeo non si spegnerà mai: sono simbolo di avventura e spirito di sacrificio, ma anche di un’immensa libertà. Per loro, l’oceano non è solo un luogo di lavoro, ma una seconda casa, un rifugio dove possono essere se stesse, e trovare conforto e vita in un ambiente così innaturale per l’essere umano.
L’isola di Jeju continuerà a risuonare dei loro respiri, di quel sumbisori, il suono che fanno quando emergono dalle profondità, e delle loro storie, che ci parlano di un passato ancora presente, che ancora oggi ha molto da insegnarci.


