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L’altra faccia del turismo a Watamu

“Ma voi mangiate con le mani, vero?”. Una faccia che nasconde un sospiro di leggera disapprovazione risponde “si esatto, facciamo così”.

“Ah, ma dopo non vi rimane l’odore di pesce? Non so se potrei mai. Wow.” La faccia bionda che ha posto questa domanda si ributta a mangiare la sua aragosta appena pescata e lascia cadere la questione senza approfondire. Di fronte ci sono io, che ascolto la secca e cordiale conversazione tra la ragazza bionda, con la pelle arrossata dal troppo sole, e Pascal, la guida locale che ci accompagna in questa escursione tra il mare e le mangrovie di Watamu.

La ragazza, che mi accorgo ora essere insieme a sua madre, finisce il pranzo, e le due donne insieme si lamentano della poca quantità di pesce. La madre, in particolare, è scossa, e non si capacita di come Pascal possa, durante il suo lavoro, solo mangiare riso, calamari e polpo, ma non l’aragosta che hanno servito agli ospiti dell’escursione. Probabilmente far presente al capo di Pascal questa grave mancanza è il suo modo di sentirsi in pace con il mondo, o meglio, con il suo concetto di terzo mondo. Quello in cui non si mette in dubbio che una guida debba per forza essere morta di fame, quando magari l’aragosta non gli piace, o preferisce variare la sua dieta, ma dove non è libero di scegliere con quale strumento mangiare senza ascoltare critiche alla sua cultura.

Pascal è un beach boy, ossia uno dei ragazzi cresciuti tra Malindi e Watamu, sulle sponde dell’oceano indiano, che hanno visto anno dopo anno cambiare la loro zona, renderla una destinazione turistica di fama mondiale che attrae ogni anno milioni di turisti, e, senza andar lontano, tutti abbastanza simili alla ragazza bionda e sua mamma.

Quando hanno visto il territorio cambiare, le persone del luogo si sono adattate come hanno potuto, o come è tornato loro più conveniente, e i beach boys sono un’ottima rappresentazione di quello che è successo alla società. Arrivano i turisti, arrivano i soldi (o questa è la speranza), e arrivano i modi per uscire dalla povertà nella migliore maniera possibile.

In ogni spiaggia di Watamu si possono trovare i ragazzi giovani, maschi, che parlano un perfetto italiano, oltre che inglese e ovviamene Swahili, mentre cercano turisti da portare in giro tra sabbia e barriera corallina, per raccontare qualcosa del luogo. Con gli anni le agenzie turistiche italiane hanno quasi monopolizzato i resort e i villaggi turistici intorno alle spiagge più belle, e per questo ognuno di questi ragazzi ha un italiano fluente, elegante. Da italiana, non appena ho messo piede in spiaggia, sono rimasta impressionata dalla proprietà di linguaggio, ma ci sono delle ombre che non riesco ad ignorare.

Come ti chiami?” mi chiedono quando mi incrociano, e dopo aver sentito la risposta, si presentano loro, in un continuo di Fabio Capello, Gianni Morandi, Fragola, Pasquale. Al turista medio, pare, non interessa il loro vero nome, la versione semplificata è funzionale anche per i beach boys, utile allo scopo di intrattenere e farsi ricordare. E tanto basta.

Mentre faccio i successivi passi in spiaggia vengo di nuovo fermata da un altro Beach Boy, che mi si para davanti chiedendomi “ti porto a vedere Sardegna Due”? Dopo un secondo di perplessità capisco a cosa si riferisce.

Sardegna Due è in realtà Katsanga Kanema, che in Swahili si può tradurre come “spiaggia fortunata”, perché’ è dove andavano i pescatori a chiedere favori alle divinità del mare per favorire la pesca. Dopo l’arrivo dei turisti, e vista la bellezza del luogo, per lo stesso meccanismo per cui un Abdul si fa chiamare Fabio, anche Katsanga Kanema non ha resistito, e si è trasformata in Sardegna 2.

Il luogo è stupendo, e con l’alternanza dell’alta e bassa marea sembra davvero di essere circondati solo di luce. La sabbia è di un bianco impressionante e l’acqua bassa non fa che enfatizzarne la lucentezza. Per dire, ho fatto fatica ad impostare la macchina fotografica, perche’ le foto non uscissero del tutto bruciate a causa della luce splendente.

Passeggio, cammino, ammiro la bellezza della natura ma non riesco a lasciarmi dietro il contrasto di un turismo che mi circonda e che non mi convince.

La necessità di cambiare nomi, di non solo imparare una lingua, ma anche il suo slang, di dare precedenza al turista annullando la propria identità per poter migliorare la propria condizione. Il poco rispetto di chi, senza farsi domande, prende dall’acqua stelle marine, pesci palle e coralli. Senza chiedersi se tutto questo puo’ essere sano per l’ecosistema. Perche’ se si continua cosi, che ecosistema potra’ esserci fra vent’anni? Quello che piu’ mi lascia interdetta pero’ e’ l’accettazione che vedo, il non farsi domande, il non andare oltre la foto da social, o il racconto al rientro dal viaggio tropicale.

Le mamma e la figlia dell’inizio della storia, la loro percezione del Paese, mi e’ parsa molto comune ai molti turisti che arrivano a Watamu e Malindi. Ma alla fine c’è un pensiero che non riesce a lasciarmi, nemmeno dopo così tanti giorni. In fondo, gli abitanti del luogo hanno migliorato le loro condizioni adattandosi, e i turisti tornano a casa felici e abbronzati. E allora? Perche’ in questo ingranaggio che sembra funzionare così bene io continuo a sentire che qualcosa è storto?

Forse perche’ mi sembra che sia solo un gioco di illusioni, dove l’ordine delle cose non si sta invertendo. C’è una cultura che si adatta, in senso unilaterale, e un’altra che si sente in pace con sé stessa perche’ porta caramelle ai bambini. Certo, sono sicura che si pensa di fare un bel gesto, ma in maniera non abbastanza cosciente da capire che i regali tengono i bambini lontani da scuola, dall’istruzione, metodo tra i piu’ efficaci per cambiare la propria condizione?

Questa condizione si puo’ cambiare? Si puo’ istruire il turista a non rinunciare alle sue ferie senza pero’ ignorare i bisogni di un territtorio? Si puo’ approfondire la conoscenza, lo scambio culturale in maniera equa?

Questa in ogni storia e’ la parte piu’ difficile: trarne le conclusioni.

La verita’ e’ che non si puo’ sperare di ottenere una conclusione essendo stata solo qualche giorno in un luogo. Si rischia di cadere nella stessa trappola insieme a tutti gli altri, perche’ come in ogni alta storia ci sono le sfaccettature, le storie personali, le spiegazioni che non sono state date, o che non si e’ fatto in tempo a cogliere.

L’unica sensazione che mi porto dietro e che qualcosa si possa fare, si posa migliorare. Il come non lo so, o forse si: istruire il turista, fargli cambiare paradigma, punto di vista, fargli esplorare qualcosa di diverso? Non so, ma spero di poter fare la mia parte, che sia con delle foto o con i racconti di una terra che, a prima vista, sembra meravigliosa. E spero desiderosa di accogliermi in punta di piedi.

L’unica sensazione che mi porto dietro e che qualcosa si possa fare, si posa migliorare. Il come non lo so, o forse si: istruire il turista, fargli cambiare paradigma, punto di vista, fargli esplorare qualcosa di diverso? Non so, ma spero di poter fare la mia parte, che sia con delle foto o con i racconti di una terra che, a prima vista, sembra meravigliosa. E spero desiderosa di accogliermi in punta di piedi.